Inaugurazione Mostra "L’Infanzia Del Genere Umano" di Francesco Thérèse

  • AntiCafé Roma 4 Via Veio Roma, Lazio, 00183 Italy

L’Infanzia Del Genere Umano

Francesco Thérèse

Il pittore francese Jean Bazaine (1904-2001) descrisse come una sorta di “epifania a immersione” il momento in cui uscì dalla crisi creativa post guerra.

È con un atteggiamento immersivo che dovremmo approcciarci alle figure del pittore, appena visibili negli strati di colore; riproporci di rinunciare a trovarle, per lasciarci conquistare dalla materia cromatica e sentirla tutt’intorno a noi.

Così dobbiamo avvicinarci ai dipinti di Francesco Thérèse, come se fossimo orfani della realtà che conosciamo e della sua bellezza e con occhi che devono cercare un mondo nuovo.

La prima cosa che ci si presenta davanti con tutta la sua massa titanica e il colore: crudo, ruvido, irruente, proprio come dentro ogni universo prima di un atto creativo.

È infatti proprio di creazione e (ri)nascita che si parla in queste tele: per citare quello che Francesco Arcanglei scrisse a proposito degli acquerelli di Wols nel 1959, siamo di fronte a una “cosmogonia in miniatura” dove però – siamo avvisati – non s imita la realtà ma si assiste a un’analoga nuova creazione.

Senza dubbio il modo di percepire la materia è molto turbolento, rischioso, spaventoso, ed i colori delicati non vogliono essere elemento di conforto. Tutt’altro.

Mark Rothko e Adolph Gottlieb nel 1943 scrissero una lettera al giornalista Edward Albert Jewell del New York Times, che criticò le loro opere, in cui si legge: “l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersene i rischi” e poco dopo si tuffarono entrambi nelle famose sperimentazioni astratte con il puro colore.

Anche qui ci viene chiesto di avventurarci e lo spettatore deve accettare la sfida di sentirne tutta la crudezza, scandagliando il proprio inconscio e, una volta di fronte alla sua personale epifania, cercare di guardarla dritta negli occhi, per raggiungere il sublime.

Nei dipinti della serie l’Infaniza Del Genere Umano, il colore è un segno ritmico puro, ripetuto

senza scampo, quasi un nuovo alfabeto ma tutt’altro che rigoroso, dove forse, ogni tanto, s’individua una partenza ma mai un arrivo.

Opera dopo opera, collezioniamo stimoli che emergono dallo scontro tra i toni di colore e – per precisa volontà dell’artista – ci viene chiesto di azzerare quello che conosciamo di noi e

ricominciare da capo, dalla creazione del nostro proprio IO per una nuova genesi personale.

Attraverso un linguaggio di segni e colori, le tele esprimono uno stato primordiale oggi, come all’inizio dei tempi. Tutti insieme, tutti uguali, passando nei meandri della lotta senza sosta tra colori: strappi, morbidezze, frizioni, di nuovo pace e ancora spigoli, violenza seguita da armonie, irruenza ed apatie: tutti momenti che fanno parte ugualmente dell’esistenza dell’uomo, da qualsiasi colore si parta.

Ci sembra di tornare a Gottlieb ed essere di fronte ad un numero limitato di segni. In questo caso piccoli campi di colore che si trasformano fino ad avere un aspetto definito; li riconosciamo come cifre del tessuto pittorico e ci passiamo attraverso dandogli il valore di un’esperienza primordiale, che faccia sentire lo spettatore “situato” dopo un’immersione.

Le tracce lasciate dal pennello sembrano segni primitivi e originali del momento in cui si comincia ad esistere e dunque, pensiamoci su, usciamo fuori dalla nostra realtà nello spazio breve di uno sguardo e sentiamo i violenti faccia a faccia tra i colori che ci travolgono.

Un po’ come Noland che macchiando la tela con il pennello invece di dipingerla, cercava con tutte le sue forze di “scacciare il pittore a colpi di colore”, anche qui ci viene chiesto di guardare l’arte, fare l’esperienza, concentrarci su di noi e le tele, non pensando al disegno ma solo al contrasto come sfida e lotta.

Alla fine dell’esperienza del sé, ci sembra non resterà altro che la completa eliminazione delle gerarchie e l’accettazione della differenza.

In altre parole la cancellazione totale di quello che è il male del nostro tempo: la paura del diverso.

È dunque questa la destinazione del viaggio che ci viene offerto da quest’arte umanitaria: la consapevolezza dell’assoluta uguaglianza delle nostre origini come essere umani e un suggerimento neanche troppo sussurrato: non c’è diverso che non abbia qualcosa in comune con noi.

Francesca Pagliaro

per contatti: francesco.therese@gmail.com - Twitter

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